Negli ultimi anni il mondo del benessere, della crescita personale e delle discipline cosiddette olistiche è cresciuto parecchio.
E fin qui, nulla di male.
Anzi. È bello che sempre più persone sentano il bisogno di occuparsi di sé, del proprio corpo, della propria mente, delle proprie emozioni. È bello che esistano spazi nei quali incontrare pratiche, persone e strumenti capaci, qualche volta, di aprire porte interessanti.
Poi però arrivano le fiere dell’olismo, le feste della luce, gli eventi del benessere.
E qui qualche domanda me la faccio, perché, se c’è una cosa di cui probabilmente non abbiamo bisogno è un’altra occasione per cercare la luce fuori da noi.
Basta fare un giro tra gli stand: cristalli, oli essenziali, campane, tarocchi, trattamenti energetici, meditazioni, massaggi, consulenze, rimedi, tecniche antichissime riscoperte ieri pomeriggio e, naturalmente, qualcuno che sa esattamente quale frequenza ci manca per tornare finalmente in equilibrio, uao!
Il tutto mentre noi, nel frattempo, continuiamo magari a essere esattamente le stesse persone di prima.
È inutile nascondersi, tutti conviviamo con le nostre paure, le nostre rigidità, la nostra rabbia, le nostre aspettative, il bisogno di essere riconosciuti, la difficoltà di stare in silenzio e così via.
Ma con un bellissimo quarzo nuovo in tasca tutto questo magicamentesparisce, sbam 💎
Il problema, sia chiaro, non sono gli strumenti. E nemmeno gli operatori. In mezzo a questo grande guazzabuglio si possono incontrare persone serie, competenti e profondamente autentiche.
Il problema nasce quando lo strumento diventa la risposta, quando la ricerca e lo sforzo per capire qualcosa in più di noi stessi diventa una collezione di tecniche senza alcun ordine o senso logico.
Quando, invece di osservare ciò che accade dentro di noi, iniziamo a cercare l’operatore giusto, il trattamento giusto, il rimedio giusto, il corso giusto.
Come se il nostro disagio fosse semplicemente un problema tecnico da risolvere.
E così anche qualcosa di genuino può trasformarsi nell’ennesimo protocollo per stare meglio senza stare davvero con ciò che c’è.
Perché crescere, a volte (quasi sempre), non è affatto piacevole.
Significa accorgersi che certe cose che attribuiamo agli altri appartengono anche a noi. Significa riconoscere le nostre contraddizioni. Significa vedere le parti che preferiremmo non vedere. Significa, soprattutto, smettere per un momento di cercare qualcosa o qualcuno che ci aggiusti.
Ecco, è proprio qui che dal mio punto di vista il corpo diventa fondamentale. Possiamo raccontarci moltissime cose con la mente, possiamo costruire spiegazioni, interpretazioni, convinzioni spirituali anche molto sofisticate.
Il corpo racconta sempre una storia molto più semplice.
Una tensione. Un respiro trattenuto. Una spalla che si solleva. Una mandibola contratta. Una sensazione che arriva e che vorremmo immediatamente mandare via.
Il lavoro corporeo può diventare allora un luogo di Presenza: non qualcosa da fare per ottenere l’ennesimo stato di benessere, ma un modo per imparare ad ascoltare ciò che sta accadendo, proprio mentre accade.
Dal pensiero alla percezione.
Dal cercare al sentire.
Dal voler cambiare immediatamente ciò che non ci piace alla possibilità, qualche volta, di restarci accanto.
È un tema che ritorna anche quando parlo di cambiamento e libertà dagli automatismi. Il punto non è aggiungere continuamente qualcosa di nuovo, ma iniziare a vedere ciò che già ci sta guidando.
[Se ti fossi perso questo articolo puoi leggerlo per capire meglio il “ruolo dell’osservatore”.]
Forse anche la ricerca di una genuina Presenza può essere letta proprio così: non come qualcosa da raggiungere in un luogo speciale, ma come il modo in cui impariamo ad abitare ciò che già c’è.
Forse il vero lavoro interiore comincia proprio lì.
Non quando troviamo la luce, ma quando abbiamo il coraggio di accendere una lampada dentro una stanza che abbiamo evitato per anni.
E in quella stanza potremmo trovare qualcosa di molto meno spettacolare di un cristallo che vibra alla frequenza giusta.
Ma potremmo finalmente trovare noi stessi.
Senza stand.
Senza brochure.
Senza formule magiche.
E, cosa ancora più difficile, senza qualcuno a cui dare la colpa se non funziona.
Un abbraccio con il cuore dal mio Spazio Interiore. Andrea