Giovedì sera, mentre gli allievi riposavano in Shavasana, nel silenzio denso che segue la pratica, io ero in piedi in Tadasana.
Immobile fuori, presente dentro. Ed è lì che è arrivata un’intuizione, semplice come spesso lo sono le verità che contano:
Il criceto non esiste, se non fai il criceto.
Immagina un criceto nella sua gabbia. La ruota è lì, sempre. Nessuno lo obbliga, e niente lo costringe. È solo una ruota. Il criceto inizia a correre perché è nella sua natura reagire allo stimolo, perché il movimento scarica energia, perché quella ruota diventa, a un certo punto, il suo mondo e la suaabitudine. Ma non è la ruota il problema. La ruota non ha colpa.
Nella nostra società moderna succede qualcosa di molto simile. Siamo circondati da ruote: impegni, scadenze, notifiche, aspettative, responsabilità. Lavoro, figli, casa, messaggi a cui rispondere, cose da organizzare. Tutto è lì, disponibile. E quasi senza accorgercene iniziamo a correre. In molti casi non perché qualcuno ce lo imponga davvero, ma perché aderiamo a quel ritmo come se fosse l’unico possibile.
Il punto delicato è questo: spesso non ci fermiamo mai a chiederci se quella corsa ci appartiene ancora. Diamo per scontato che “sia così”, che “non si possa fare diversamente”. Validiamo un modo di vivere che ci tiene costantemente attivati, tesi, in affanno.
È a forza di correre, che perdiamo il contatto con ciò che conta davvero.
Non è il lavoro in sé il problema. Non sono i figli, né le responsabilità. Così come non è la ruota.
Il nodo sta nell’automatismo.
Nel fatto che raramente ci concediamo uno spazio di ascolto sincero per domandarci:
Sto correndo perché lo scelgo, o perché non so più come fermarmi?
Fermarsi non significa mollare tutto o fuggire dalla vita. Fermarsi significa creare micro-spazi di presenza. Significa imparare, poco alla volta, a dire qualche “no” in più, non per chiusura, ma per rispetto. Per il proprio massimo bene. E, di riflesso, per il bene di chi ci sta accanto.
A volte basta rallentare per accorgersi che dare più tempo ai figli, o a se stessi, non è tempo perso. È tempo restituito. È qualità che torna a circolare. È il corpo che respira, il sistema nervoso che si riequilibra, il cuore che smette di inseguire e ricomincia a sentire.
La pratica dello yoga, la meditazione, non servono a diventare più bravi a correre nella ruota. Servono a riconoscere la ruota per quello che è. A ricordarci che possiamo scendere. Anche solo per un momento. Anche solo per respirare.
Perché, in fondo, il criceto esiste solo se continuiamo a crederci tali.
E ogni volta che scegliamo consapevolmente di fermarci, anche solo un istante, stiamo già cambiando direzione.
Un abbraccio dal mio Spazio Interiore.
Andrea
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