La responsabilità di essere liberi.

-Sapere cosa è giusto non significa essere liberi di farlo.-

Ci piace pensare di essere persone consapevoli. Sappiamo riconoscere i nostri errori, individuiamo i comportamenti che ci fanno stare male, comprendiamo persino da dove arrivano certe reazioni. Eppure, puntualmente, ci ritroviamo a fare esattamente quello che avevamo deciso di non fare più.

Ci promettiamo di reagire diversamente, di non arrabbiarci, di non cadere nelle solite dinamiche. Poi arriva la situazione giusta, quella che tocca il nostro punto debole, e in pochi secondi siamo di nuovo lì. Stesse parole, stessi gesti, stessi meccanismi.

-Ma allora, tutta questa consapevolezza, dove l’abbiamo lasciata?-

Prendendo spunto dalle parole del mio Maestro, vorrei soffermarmi proprio su questa contraddizione: conoscere un meccanismo non significa aver acquisito la capacità di interromperlo.

Possiamo studiare per anni, leggere libri, partecipare a seminari, meditare e imparare a dare un nome a ogni nostra dinamica. Possiamo persino spiegare agli altri perché si comportano in un certo modo. Il problema è che, quando arriva il momento di mettere in pratica quello che abbiamo compreso, la teoria spesso si rivela un vestito elegante indossato da un essere umano che continua a funzionare come prima.

La mente sa raccontarsela molto bene. È una delle sue specialità.

-La differenza tra capire e trasformare-

Pensiamo a una situazione che conosciamo tutti: una persona a cui vogliamo bene ci fa un’osservazione, magari sul nostro modo di comportarci. Potrebbe anche avere ragione, e in fondo lo sappiamo. Eppure ci sentiamo attaccati, ci irrigidiamo e rispondiamo male. Tiriamo fuori vecchie questioni, alziamo la voce o diciamo qualcosa che sappiamo ferirà l’altro.

Poi, quando la tensione si abbassa, ci rendiamo conto di aver esagerato. Ci dispiace, magari chiediamo scusa e promettiamo che la prossima volta sarà diverso.

Eppure, alla prima occasione, il copione si ripete.

Ecco il punto: nel momento in cui reagiamo automaticamente, non basta sapere che dovremmo comportarci diversamente. Dobbiamo essere capaci di farlo.

Le nostre reazioni si alimentano di abitudini, memorie emotive, paure e schemi consolidati nel tempo. Quando si attivano, possono anticipare qualsiasi ragionamento cosciente.

La consapevolezza, allora, non è un’opinione che abbiamo su noi stessi.

È una capacità che dobbiamo costruire.

Significa accorgerci di quello che sta succedendo dentro di noi mentre succede. Riconoscere l’impulso, osservare l’emozione, sentire la spinta a reagire e scoprire che, tra ciò che proviamo e ciò che facciamo, può esistere uno spazio.

È proprio in quello spazio che comincia la libertà, o meglio la responsabilità di diventare liberi.

Questo non significa colpevolizzarsi ogni volta che ricadiamo in un vecchio schema. Significa imparare a distinguere la responsabilità dal giudizio.

Non siamo necessariamente responsabili di tutti i meccanismi che abbiamo sviluppato, ma possiamo assumerci la responsabilità di lavorare per riconoscerli e trasformarli.

Possiamo affidarci a un insegnante, seguire un percorso, sperimentare pratiche che ci aiutino a entrare in contatto con noi stessi. Ma tutto questo acquista valore soltanto quando entra nella quotidianità, nelle relazioni, nelle scelte, nelle piccole situazioni in cui siamo messi alla prova.

Anche quando nessuno ci osserva. Soprattutto allora.

Perché il lavoro interiore non si misura da quanto siamo capaci di parlare di presenza, ma da quanta presenza riusciamo a portare nella nostra vita.

Essere consapevoli non significa non sbagliare più. Significa diventare sempre meno schiavi di ciò che ci fa sbagliare.

E forse il senso più profondo di questo lavoro è proprio qui: smettere, poco alla volta, di essere trascinati da ciò che non vediamo e imparare a scegliere ciò che vogliamo diventare.

La libertà interiore non è qualcosa che possiamo dichiarare di possedere. È qualcosa che impariamo a esercitare, un momento alla volta.

Un abbraccio dal mio Spazio Interiore. Andrea

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