L’anima “antica” che inciampa nel nuovo ego.

Mi capita di sorridere quando incontro persone che parlano (o lasciano intendere) di essere un’“anima antica”. Sai, quelle descrizioni fatte con cura: l’anima antica soffre perché non viene compresa, sente di non appartenere al mondo moderno, ama il silenzio, i boschi, i libri di saggezza e si annoia mortalmente davanti a una chiacchierata banale.

Elenco dopo elenco, il ritratto prende forma e il lettore si scopre improvvisamente parte di una ristretta élite spirituale che, poverina, non viene mai davvero riconosciuta.

A dire il vero, più che un’antichità interiore, in tutto questo io sento un moderno bisogno di distinguersi. È l’ego che si traveste con abiti di lino e collane tibetane, proclamando: “Io non sono come gli altri, io sono antico”. Ma l’ego, sappiamo bene, ha sempre il dono di mascherarsi con etichette nuove pur di restare protagonista.

E così l’anima antica diventa una versione aggiornata del “sono speciale”. Solo che invece di dirlo apertamente, lo si lascia intendere con sottili sorrisi e sospiri malinconici. E mentre ci si veste di questa definizione, si finisce per alimentare proprio quella separazione che, a parole, si vorrebbe superare.

_______Nulla è più pericoloso e mortale per l’anima che occuparsi continuamente di sé e della propria condizione, della propria solitaria insoddisfazione e debolezza.      

HERMANN HESSE_______

In realtà, se davvero esistono anime più antiche di altre, non credo abbiano bisogno di ricordarlo agli altri o a se stesse. Forse sono proprio quelle che non si sentono diverse, che non hanno fretta di dichiarare il loro lignaggio interiore. Perché l’essenza, quando è viva, non ha tempo di autocelebrarsi: vive, ascolta, respira e si lascia riconoscere naturalmente.

Il paradosso è che l’“anima antica” di cui tanto si parla non ha niente di antico. È un concetto molto giovane, molto moderno, nato per dare un tocco di fascino spirituale a quella sensazione che tutti, prima o poi, abbiamo: non sentirmi compreso. E allora lo ribalto: non sarà che invece di anime antiche siamo tutti anime contemporanee, con i nostri inciampi, le nostre paure, e la necessità di inventarci etichette per sentirci meno soli?

C’è un lato tenero in tutto questo. In fondo, dietro al bisogno di sentirsi un’anima speciale c’è spesso una sensibilità autentica che non ha ancora trovato casa. Una vulnerabilità che cerca uno spazio sicuro. È proprio lì che si può guardare con leggerezza, con un sorriso, e dire: “Va bene, sei un’anima antica. Ora beviamo un tè e parliamo della vita, senza bisogno di manuali di riconoscimento.”

Forse la vera saggezza sta nel dimenticare le categorie, smettere di chiedersi se siamo antichi o moderni, giovani o maturi. Sta nel vivere la semplicità di ogni istante, nel riconoscere che l’altro è un riflesso di noi, con le sue stesse domande e la stessa voglia di appartenenza.

In definitiva, l’anima più antica non è quella che si dichiara tale, ma quella che non ha più niente da dichiarare. Quella che non cerca riconoscimenti, non si appiccica etichette, non ha bisogno di spiegare sé stessa. Vive, e nel suo silenzio fa brillare un’umanità che non ha né età né tempo.

Un abbraccio dal mio Spazio Interiore.

Andrea

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