Ci sono cose a cui ci abituiamo senza accorgercene.
Una giornata che corre dalla mattina alla sera. Il bisogno di fare sempre qualcosa. Il mangiare velocemente, o saltare un pasto perché non c’è tempo. La difficoltà ad addormentarsi. Il corpo stanco che continua comunque. Il silenzio su ciò di cui avremmo bisogno. Una relazione nella quale discutere è diventato normale. Un comportamento degli altri che ci infastidisce, ma che abbiamo smesso di comunicare.
E poi diciamo: “Vabbè, è così”.
È forse una delle frasi che più facilmente utilizziamo per adattarci a ciò che viviamo.
Perché quando qualcosa si ripete abbastanza a lungo, rischiamo di non chiederci più se ci fa bene. Semplicemente, diventa normale.
La società stessa ci abitua a considerare normale essere sempre impegnati, avere poco tempo, essere raggiungibili continuamente, correre da un appuntamento all’altro, dormire poco, mettere le nostre esigenze dopo quelle degli altri.
E così, lentamente, possiamo arrivare a confondere ciò a cui siamo abituati con ciò di cui abbiamo realmente bisogno.
Ma per accorgercene è necessario fermarsi.
Osservarsi.
Sentire con un po’ più di chiarezza ciò che accade dentro di noi mentre viviamo ciò che viviamo.
Perché spesso non è la situazione in sé che non riusciamo più a vedere. È diventata invisibile la nostra risposta a quella situazione.
– Come sto mentre corro tutto il giorno?
…prova a risponderti se vuoi… accogli la risposta così com’è e fallo anche per le altre domande. Dopo la risposta tre respiri e poi continua.
– Cosa sento quando accetto qualcosa che in realtà non vorrei fare?
…
– Cosa succede nel mio corpo quando continuo a stare zitto per evitare un conflitto?
…
– Quanto sono stanco, davvero?
…
– Da quanto tempo vivo così?
…
Osservarsi non significa giudicarsi, né cercare immediatamente qualcosa da cambiare. Significa prima di tutto tornare presenti a ciò che c’è. Puoi anche leggere QUI ulteriori informazioni sull’argomento.
È attraverso questa presenza che possiamo riconoscere le sfumature: una tensione che ritorna, una stanchezza che non passa, un’irritazione che continuiamo a giustificare, un bisogno che non esprimiamo, un ritmo che non ci appartiene più.
E forse proprio allora possiamo accorgerci che quel “è così” non significa necessariamente “va bene così”.
A volte significa semplicemente: “è diventato così”.
E sono due cose molto diverse.
Nel lavoro che porto avanti nello Studio Spazio Interiore, attraverso lo Yoga Sensibile®, la meditazione, l’ascolto corporeo e i percorsi individuali, il punto di partenza è proprio questo: creare uno spazio nel quale tornare a osservarsi e ad ascoltarsi con maggiore lucidità.
Non per diventare qualcun altro.
Ma per accorgerci, forse per la prima volta dopo molto tempo, di come stiamo vivendo.
Perché dopo che impariamo a sentire, possiamo anche iniziare a scegliere.
Un abbraccio dal mio Spazio Interiore. Andrea