Non ci manca competenza, ci manca presenza.

In questo momento storico sembra che tutti corrano di più…
Più informazioni, più stimoli, più richieste, più urgenza.
E dentro questa accelerazione collettiva sta accadendo qualcosa che molti clienti e professionisti iniziano a percepire chiaramente: stiamo sbagliando tanto.
Sbaglia chi insegna.
Sbaglia chi cura.
Sbaglia chi comunica.
Sbaglia chi guida persone, aziende, gruppi.
E spesso non si tratta di incompetenza.

Molte persone oggi hanno studiato, si aggiornano continuamente, hanno esperienza, strumenti, qualità reali. Eppure qualcosa sfugge. Si perde lucidità. Si reagisce troppo velocemente. Si interpreta male. Si ascolta poco. Si entra in automatico.

Ed è qui che forse la questione diventa interessante.

Perché il problema potrebbe non essere soltanto “sapere abbastanza”.
Potrebbe essere l’assetto interiore da cui facciamo ciò che facciamo.

So benissimo che l’errore fa parte dell’essere umano da sempre. Si cresce anche sbagliando, osservando, correggendo, maturando esperienza. Ma c’è una differenza profonda tra l’errore che nasce da un processo vivo di apprendimento e quello che nasce da accelerazione, distrazione, sovraccarico e assenza di presenza. Nel primo caso l’errore ti evolve. Nel secondo ti consuma.

Quando una persona vive costantemente nella testa, immersa in pensieri, pressioni, aspettative, notifiche, prestazione e controllo, perde progressivamente contatto con la presenza reale.

E senza presenza anche le competenze iniziano a deformarsi.

Si diventa più impulsivi.
Più contratti.
Più identificati nel ruolo.
Più distanti da ciò che realmente accade dentro e fuori di noi.

È allora che il professionista non lavora più da uno stato di centratura. Lavora da tensione, da sopravvivenza, da automatismo.

Questo oggi è diffusissimo, chiunque può accorgersene. Ed è anche il motivo per cui sempre più persone iniziano a sentire il bisogno di qualcosa di diverso. Non una tecnica motivazionale in più. Non l’ennesimo metodo per diventare performanti.

Ma uno spazio reale dove tornare a percepirsi.

La meditazione, il lavoro corporeo, la ricerca interiore, il silenzio, il respiro, l’ascolto profondo… non sono pratiche “spirituali” lontane dalla vita vera. Sono strumenti estremamente concreti per recuperare presenza. Sono necessari per iniziare a vedere quanto siamo continuamente trascinati via da pensieri, reazioni, paure, identificazioni.
E da lì accade qualcosa.
Non diventi perfetto.
Non smetti di sbagliare.
Ma cambia la qualità con cui vivi ciò che fai.
Le scelte diventano più nitide.
L’ascolto più profondo.
Le relazioni meno reattive.
Il lavoro meno pesante da sostenere.
E soprattutto inizi lentamente a non coincidere più totalmente con il personaggio professionale che interpreti ogni giorno.

Forse il punto centrale è proprio questo: abbiamo costruito identità molto efficienti, ma poco radicate nell’esperienza viva di ciò che siamo.

La ricerca interiore, se fatta in modo concreto, corporeo, reale, non serve a diventare “migliori”. Serve a togliere rumore. A vedere più chiaramente. A smettere di vivere soltanto nella narrazione mentale di noi stessi.
E da quello spazio interno cambia tutto.
Cambia il modo in cui guardi una persona.
Il modo in cui lavori.
Il modo in cui ascolti un problema.
Il modo in cui entri in una stanza.
La vita inizia a essere percepita diversamente: più intensa, più essenziale, più vera, e paradossalmente anche più leggera.

Quando coltivi presenza non hai più bisogno di controllare tutto.

Inizi semplicemente a esserci.

E oggi, forse, è proprio questo che manca di più.

Un abbraccio dal mio Spazio Interiore.
Andrea

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